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Google ha deciso di festeggiare con un doodle il 427° anniversario di nascita di Artemisia Gentileschi, una straordinaria pittrice delle scuola di Caravaggio. Il suo passato travagliato e il suo estro artistico l’hanno resa una delle donne più famose dell’epoca barocca:

 

Artemisia Gentileschi, chi è la protagonista del doodle dell’8 luglio?

Molti critici hanno fornito una lettura dell’opera di Artemisia Gentileschi in chiave «femminista». Il percorso biografico della pittrice si è dipanato infatti in una società dove la donna spesso rivestiva un ruolo subalterno, e quindi miseramente perdente: nel Seicento, dopotutto, la pittura era considerata una pratica esclusivamente maschile, e la stessa Artemisia Gentileschi, in virtù del suo sesso, dovette fronteggiare un numero impressionante di ostacoli e impedimenti.

Artemisia Gentileschi pittrice

Ritratto di Gonfaloniere (1622)

Basti pensare che, essendo una donna, la Gentileschi era impossibilitata dal padre a interrogare il ricchissimo patrimonio artistico romano e fu costretta a rimanere tra le mura domestiche e, anzi, le veniva spesso rimproverato di non dedicarsi alle attività domestiche, attese dalla quasi totalità delle ragazze del tempo. Nonostante ciò, Artemisia Gentileschi diede brillantemente prova della sua indole fiera e risoluta e seppe far fruttare il proprio versatile talento, riscuotendo in breve tempo un successo immediato e di altissimo prestigio.

Questi «successi e riconoscimenti» osservano, infine, i critici Giorgio Cricco e Francesco Di Teodoro «proprio in quanto donna, le costarono molta più fatica di quanta ne sarebbe stata necessaria a un pittore maschio».

L’iniziale fortuna critica della Gentileschi fu fortemente allacciata anche alle vicende umane della pittrice, vittima – com’è tristemente noto – di un efferato stupro perpetrato da Agostino Tassi nel 1611. Questo fu indubbiamente un evento che lasciò un’impronta profonda nella vita e nell’arte della Gentileschi, la quale – animata da vergognosi rimorsi e da una profonda quanto ossessiva inquietudine creativa – arrivò a trasporre sulla tela le conseguenze psicologiche della violenza subita.

Molto spesso, infatti, la pittrice si rivolse all’edificante tema delle eroine bibliche, quali Giuditta, Giaele, Betsabea o Ester, che – incuranti del pericolo e animate da un desiderio turbato e vendicativo – trionfano sul crudele nemico e, in un certo senso, affermano il proprio diritto all’interno della società. In questo modo Artemisia è divenuta già poco dopo la morte una sorta di femminista ante litteram, perennemente in guerra con l’altro sesso e capace di incarnare sublimemente il desiderio delle donne di affermarsi nella società.

Questa lettura «a senso unico» della pittrice, tuttavia, è stata foriera di pericolose ambiguità. Molti critici e biografi, Artemisia Gentileschi pittriceintrigati dall’episodio dello stupro, hanno infatti anteposto le vicende umane della Gentileschi ai suoi effettivi meriti professionali, interpretando dunque la sua intera produzione pittorica esclusivamente in relazione al «fattore causale» del trauma subito in occasione della violenza sessuale. Gli stessi storici contemporanei della pittrice misero disonorevolmente in ombra la sua carriera artistica e preferirono interessarsi piuttosto alle implicazioni biografiche che ne segnarono tragicamente l’esistenza.

Il nome di Artemisia Gentileschi, ad esempio, non compare nelle opere del Mancini, Scannelli, Bellori, Passeri e altri illustri biografi del XVII secolo. Analogamente, nelle Vite del Baglioni, nella Teutsche Academie di Joachim von Sandrart e nelle Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani di Bernardo De Dominici se ne fanno solo alcuni fugaci cenni, rispettivamente in calce alla vita del padre Orazio, in un brevissimo paragrafo e in calce alla biografia dedicata a Massimo Stanzione.

Se, tuttavia, il Baglioni e il Sandrart non mostrarono né interesse né simpatia per Artemisia Gentileschi, De Dominici ne parlò molto entusiasticamente, e Filippo Baldinucci arrivò persino a dedicare numerose pagine ad Artemisia «valente pittrice quanto mai altra femina», cui rivolse addirittura più attenzione rispetto al padre Orazio, anche se la sua indagine coprì esclusivamente il periodo fiorentino. Un simile distacco si avverte anche nella storiografia settecentesca: i trattati di Horace Walpole (1762) e del De Morrone (1812) sono molto avari di notizie, e si limitano a riproporre abbastanza sterilmente le notizie riportate dal Baldinucci.

Per secoli, dunque, la pittrice è stata poco conosciuta e, anzi, sembrava quasi condannata all’oblio, tanto da non essere menzionata neppure nei libri di storia dell’arte. Il culto di Artemisia Gentileschi si ravvivò solo nel 1916, anno in cui fu pubblicato il pionieristico articolo di Roberto Longhi denominato Gentileschi padre e figlia.

Artemisia Gentileschi pittriceLa volontà del Longhi era quella di emancipare la pittrice dai pregiudizi sessisti che la opprimevano e di riportare all’attenzione della critica la sua statura artistica nell’ambito dei caravaggeschi della prima metà del XVII secolo.

Longhi diede in tal senso un contributo fondamentale perché, spazzando via la nebbia dei preconcetti sorti attorno alla figura della pittrice, fu il primo a non esaminare Artemisia Gentileschi in quanto donna, bensì come artista, considerandola al pari di diversi suoi colleghi uomini, primo fra tutti il padre Orazio. Il giudizio del Longhi è molto perentorio e lusinghiero, e ribadisce senza mezzi termini l’eccezionalità artistica della Gentileschi:

«L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità. […] Nulla in lei della peinture de femme che è così evidente nel collegio delle sorelle Anguissola, in Lavinia Fontana, in Madonna Galizia Fede, eccetera […]. [Riferendosi al Giuditta e Oloferne degli Uffizi di Firenze] Ma vien voglia di dire questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo!

[…] che qui non v’è nulla di sadico, che anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo ed è persino riescita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile vi dico!

Eppoi date per carità alla Signora Schiattesi – questo è il nome coniugale di Artemisia – il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del ‘600 europeo, dopo Van Dyck»

L’analisi del dipinto sottolinea cosa significhi saperne «di pittura, e di colore e di impasto»: sono evocati i colori squillanti della tavolozza di Artemisia, le luminescenze seriche delle vesti (con quel suo giallo inconfondibile), l’attenzione perfezionistica per la realtà dei gioielli e delle armi. La lettura data dal Longhi costituì una significativa battuta d’arresto per la lettura in chiave «femminista» della figura di Artemisia.

La Gentileschi, infatti, continuò a essere ritenuta un «paradigma della sofferenza, dell’affermazione e dell’indipendenza della donna» (Agnati) e, ormai divenuta una vera e propria icona di culto, nel corso del Novecento, prestò il suo nome ad associazioni, cooperazioni (celebre il caso dell’albergo berlinese che accettava soltanto clientela femminile) e persino a un asteroide e a un cratere venusiano.

Furono molti, tuttavia, i critici novecenteschi che smisero di «usare anacronisticamente [il suo nome] per avanzare Artemisia Gentileschi pittricerivendicazioni infarcite di retorica femminista» e a valorizzarne gli effettivi meriti professionali e pittorici, senza necessariamente ritenerla semplicisticamente la reduce di una violenza che ne ha ispirato il lavoro.

La grande rivalutazione artistica di Artemisia Gentileschi, se ha preso le mosse dal saggio del Longhi, è stata infatti cementata con le varie ricerche svolte da studiosi come Richard Ward Bissell, Riccardo Lattuada, e Gianni Papi, i quali hanno smesso di sottoporre la pittora continuamente alla replica dello stupro e le hanno ampiamente riconosciuti i meriti pittorici.

Speciale menzione merita il contributo di Mary D. Garrard, autrice del saggio Artemisia Gentileschi: The Image of the Female Hero in Italian Baroque Art in cui il peso delle vicende biografiche della Gentileschi è sapientemente calibrato da un’attenta disamina della sua produzione artistica.

Eloquenti sono state anche le parole di Judith Walker Mann, studiosa che pure ha contribuito a spostare l’attenzione dall’esperienza biografica di Artemisia Gentileschi a quella più strettamente artistica:

«Oggi basta fare il nome di Artemisia Gentileschi per evocare una pittura drammatica, popolata di energiche figure femminili rappresentate in modo diretto e intransigente, e che si rapporta e si integra con gli eventi della vita dell’artista»

Artemisia Gentileschi pittrice

Significative sono state anche le esposizioni che la hanno vista protagonista, come quelle di Firenze degli anni 1970 e del 1991 e quella al County Museum di Los Angeles del 1976 (Women Artists 1550-1950) e, più recentemente, Artemisia Gentileschi e il suo tempo nel 2017 a palazzo Braschi, a Roma.

Per dirla con le parole di Almansi, «un pittore di talento come la Gentileschi non può limitarsi a un messaggio ideologico», come spesso imprudentemente accade in quanti la ritengono esclusivamente «la grande pittrice della guerra tra i sessi» (le parole precedenti sono di Germaine Greer, una delle più autorevoli voci del femminismo internazionale del XX secolo).

La critica più recente, a partire dalla ricostruzione dell’intero catalogo di Artemisia Gentileschi, concorda nel ritenere che il suo vissuto esistenziale, se da una parte è necessario per averne corretta fruizione dell’opera, dall’altra non consente assolutamente di averne una visione esaustiva.

Artemisia Gentileschi pittrice

Ha altresì inteso dare una lettura meno riduttiva della carriera di Artemisia Gentileschi, collocandola nel contesto dei diversi ambienti artistici che la pittrice frequentò, e restituendo la figura di un’artista che lottò con determinazione, utilizzando le armi della propria personalità e delle proprie qualità artistiche contro i pregiudizi che si esprimevano nei confronti delle donne pittrici; riuscendo a inserirsi produttivamente nella cerchia dei pittori più reputati del suo tempo, affrontando una gamma di generi pittorici che dovette esser assai più ampia e variegata di quanto ci dicano oggi le tele a lei attribuite.

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