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Si sta celebrando il mese del Pride e Google ha voluto rendere omaggio a Marsha P. Johnson con un doodle (un particolare logo sul motore di ricerca). Vediamo meglio la storia dell’attivista per i diritti della comunità LGBT:

 

Chi era Marsha P. Johnson?

Marsha P. Johnson (Elizabeth, 24 agosto 1945 – New York, 6 luglio 1992) è stata un’attivista statunitense, autodefinitasi drag queen. Stiamo parlando di una personalità nota per la sua importante partecipazione al movimento per i diritti LGBT negli Stati Uniti, è ritenuta una delle presenze più rilevanti nei moti di Stonewall del 1969. 

Marsha P. Johnson è uno dei membri fondatori del Gay Liberation Front, e fondò anche l’organizzazione per gay, trans e persone genderqueer, “STAR” (Street Transvestite Action Revolutionaries) insieme all’amica Sylvia Rivera.

Marsha P. Johnson è nato come Malcolm Michaels Jr. il 24 agosto 1945 a Elizabeth, nel New Jersey.. Durante l’infanzia Johnson frequentò una chiesa episcopale metodista africana e sviluppò una devozione cristiana che durò tutta la sua vita, spesso interessandosi al cattolicesimo e ad altre fedi.

Marsha Johnson

Johnson iniziò a indossare abiti femminili all’età di cinque anni, ma per un periodo di tempo dovette evitare di vestirsi in questo modo per non incorrere nelle molestie dei ragazzi che vivevano nel suo quartiere. In un’intervista del 1992, raccontò di aver subito, da giovane, violenza sessuale da parte di un adolescente. La madre disse a Johnson che essere omosessuali equivaleva a essere “peggio di un cane”, ma Johnson dichiarò anche che sua madre non era a conoscenza dell’esistenza della comunità LGBT.

Dopo aver ricevuto un diploma a Elizabeth nel 1963, presso l’ex Edison High School (ora Thomas A. Edison Career and Technical Academy), Marsha P. Johnson si trasferì a New York con solo 15 dollari in tasca e un sacco di vestiti. Nel 1966 si spostò nel Greenwich Village dove lavorava come cameriere.

Inizialmente Johnson utilizzava il nome “Black Marsha”, ma in seguito decise di farsi chiamare “Marsha P. Johnson”, prendendo “Johnson” dal ristorante Howard Johnson sulla 42ª strada. “P.” stava invece per “pay it no mind” (non pensarci/non farci caso) e usava la frase sarcasticamente quando venivano poste domande riguardo il suo genere, dicendo “[P.] stands for pay it no mind”.In una occasione diede questa risposta anche a un giudice, che fu così divertito dalla cosa che decise di rilasciare Johnson.

Marsha Johnson

Marsha P. Johnson si identificava variabilmente come gay, come travestito e come “queen” (riferendosi al termine drag queen). Secondo Susan Stryker, professoressa di studi sul genere e sulla sessualità all’Università dell’Arizona, l’espressione di genere di Johnson potrebbe essere definita come genere non-binario in assenza dell’uso diretto del termine transgender da parte di Johnson, termine che all’epoca non era molto diffuso.

Marsha P. Johnson diceva che il suo stile, come drag queen, non era serio perché non poteva permettersi di acquistare vestiti da negozi costosi. Johnson era alta, snella e spesso tendeva ad attirare l’attenzione con i suoi abiti appariscenti, parrucche, tacchi alti di plastica rossa, fiori e frutti finti usati come decori per i capelli.

Dal 1972 fino agli anni ’90 Marsha P. Johnson si esibì come membro della troupe Hot Peaches, una compagnia newyorkese di drag queen fondata da Jimmy Camicia. Quando The Cockettes, una compagnia di drag di San Francisco, formò una troupe simile nella costa orientale, chiamata The Angels of Light, Johnson fu invitata a esibirsi anche con loro.

Nel 1973 Johnson interpretò il ruolo di “The Gypsy Queen” in The Enchanted Miracle, una produzione degli Angels of Light sulla cometa Kohoutek. Nel 1975 Marsha P. Johnson fu fotografata dall’artista Andy Warhol, come parte della serie di polaroid Ladies and Gentlemen Nel 1990, Johnson si esibì con The Hot Peaches a Londra.

Diventata un’attivista per la prevenzione dell’AIDS, Marsha P. Johnson apparve nello stesso anno anche nella produzione delle Hot Peaches The Heat, cantando la canzone Love mentre indossava una spilla dell’organizzazione ACT UP con la scritta “Silence = Death” (Silenzio = Morte).

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Nel 1966, Marsha P. Johnson viveva per strada e si prostituiva per sopravvivere. A causa del suo lavoro, Johnson subì il carcere molte volte (dal suo conteggio, oltre 100) e una volta, alla fine degli anni ’70, un attacco con un’arma da fuoco. Johnson raccontò di aver avuto una prima crisi mentale nel 1970.

Secondo Bob Kohler, Johnson camminava senza vestiti per Christopher Street e avrebbe subito un trattamento a base di clorpromazina, un farmaco antipsicotico. Tra il 1980 e la sua morte nel 1992, visse con il suo amico Randy Wicker, il quale invitò Johnson a rimanere una notte in cui “faceva molto freddo, circa 10 gradi [Fahrenheit]” (-12 °C).

Sebbene, come Marsha, fosse considerata una persona “generosa e calorosa”, il lato oscuro di Johnson talvolta emergeva attraverso la sua “identità maschile, Malcolm”, spesso con il risultato che Marsha P. Johnson doveva subire ricoveri e sedanti. Durante quei momenti in cui la parte violenta di Johnson emergeva, secondo Robert Heide, un conoscente, il carattere di Johnson poteva diventare aggressivo e irascibile, e l’attivista parlare con voce più profonda e, come Malcolm, “diventava un uomo cattivo, violento, in cerca di risse”.

Questa doppia identità di Johnson è stata descritta come effetto di “una personalità schizofrenica” e questa sarebbe stata la ragione per cui gli attivisti gay, all’inizio, erano riluttanti ad accreditare Johnson per aver contribuito a scatenare il movimento di liberazione gay dei primi anni ’70. Un articolo del Village Voice del 1979 intitolato “The Drag of Politics”, di Steven Watson, riportava che la personalità virtuosa di Johnson era “volatile” e elencava una lista di bar gay dai quali era stata bandita. Al momento della sua morte, nel 1992, secondo Wicker, si diceva che Johnson fosse sempre più debole e in un fragile stato mentale.

Marsha Johnson

Poco dopo il gay pride del 1992, il corpo di Marsha P. Johnson fu scoperto mentre galleggiava nel fiume Hudson. La polizia inizialmente dichiarò la morte un suicidio, ma gli amici di Johnson e altri membri della comunità locale insistettero sul fatto che Johnson non avesse tendenze suicide, facendo anche notare che la parte posteriore della testa di Johnson riportava “un’enorme ferita”.

Secondo Sylvia Rivera, il loro amico Bob Kohler credeva alla storia del suicidio, a causa del suo sempre più fragile stato mentale, cosa che la stessa Rivera contestava, sostenendo che lei e Johnson avevano “fatto un patto” per “attraversare il fiume Giordano” (alias Hudson River) insieme”. Randy Wicker in seguito ipotizzò che Marsha P. Johnson potesse essere caduta nel fiume o che fosse stata spinta, ma affermò che Marsha non aveva alcuna volontà suicida.

Diverse persone si fecero avanti per riferire di aver visto Marsha P. Johnson molestata da un gruppo di “teppisti” che avevano anche derubato delle persone. Secondo Wicker, un testimone vide un residente del quartiere lottare con Johnson il 4 luglio 1992. Durante il combattimento rivolse un insulto omofobo a Johnson e, in seguito, si vantò con qualcuno in un bar di aver ucciso una drag queen chiamata Marsha. Il testimone fu però ignorato dalla polizia quando cercò di riferire queste informazioni.

Marsha Johnson

EPSON MFP image

Altri locali raccontarono in seguito che le forze dell’ordine non erano interessate a indagare sulla morte di Marsha P. Johnson, affermando che il caso riguardava un “omosessuale” con cui si desiderava avere poco a che fare in quel momento. Il corpo di Johnson fu cremato e le sue ceneri furono sparse sul fiume dai suoi amici, dopo un funerale nella chiesa locale. La polizia permise che la Seventh Avenue fosse chiusa mentre le sue ceneri venivano portate al fiume. Nel novembre 2012, l’attivista Mariah Lopez riuscì a far riaprire il caso dal dipartimento di polizia di New York come possibile omicidio