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Il termine hipster ormai è entrato nel nostro vocabolario comune per indicare quelle persone un po’ alternative stereotipate con la barba lunga e le camicie a quadri, ma da dove nasce esattamente il termine?

 

Hipster, cosa indica realmente il termine coniato negli anni 40?

Il termine hipster (talvolta tradotto in italiano con espressioni come “giovani anticonformisti”, o “alternativi”) indica una subcultura espressa da giovani bohémien del ceto medio e benestante che risiedono per la maggior parte in quartieri emergenti.

Questo genere di subcultura è spesso associato alla musica indie e alternativa, con una variegata sensibilità nei confronti della moda alternativa e una propensione per la politica pacifista, primitivista ed ecologista, per i prodotti dell’agricoltura biologica e per i cibi slow food, l’artigianato, il veganismo e gli stili di vita alternativi, in maniera simile alla subcultura del movimento hippie, ma meno radicale.

Il termine è un neologismo coniato negli anni quaranta negli Stati Uniti per descrivere gli appassionati di jazz, in particolare di bebop. Hipster erano quindi definiti, in particolare, i ragazzi bianchi della classe media, che emulavano lo stile di vita dei jazzisti afroamericani.

Hipster

L’etimologia del termine Hipster è tutt’ora discussa. Si fa risalire a hop, un termine gergale per oppio, oppure alla parola wolof hip, che significa vedere o hipi, che dà al termine il significato di aprire gli occhi.

L’introduzione dei termini hep e hip nella lingua inglese è di origine incerta e sono state proposte numerose teorie. In origine, i jazzisti utilizzavano hep come termine generico per descrivere gli appassionati di jazz. Essi e i loro fan venivano definiti hepcats.

Alla fine degli anni trenta, con la nascita dello swing, hip sostituì il termine hep. Il clarinettista Artie Shaw descrisse il cantante Bing Crosby come «il primo bianco hip nato negli Stati Uniti».

Attorno al 1940, fu quindi coniata la parola hipster, che sostituì il termine hepcat e indicava gli appassionati di bebop e hot jazz, che desideravano distinguersi dai fan dello swing, che alla fine degli anni quaranta cominciava a essere considerato fuori moda ed era stato svilito da musicisti commerciali come Lawrence Welk e Guy Lombardo.

Hipster

La sottocultura hipster poi si ampliò rapidamente, assumendo nuove forme dopo la seconda guerra mondiale, quando al movimento si associò una fiorente scena letteraria. Jack Kerouac descrisse gli hipster degli anni quaranta come anime erranti portatrici di una speciale spiritualità.

Fu però Norman Mailer a dare una definizione precisa del movimento. In un saggio del 1967 intitolato Il bianco negro, Mailer descrisse gli hipster come esistenzialisti statunitensi, che vivevano la loro vita circondati dalla morte – annientati dalla minaccia della guerra atomica o strangolati dal conformismo sociale – e che decidevano di «divorziare dalla società, vivere senza radici e intraprendere un misterioso viaggio negli eversivi imperativi dell’Io».

Frank Tirro, nel suo libro Jazz: a History (1977), definisce in questo modo gli hipster degli anni quaranta:

«Per l’hipster, Charlie Parker era il modello di riferimento. L’hipster è un uomo sotterraneo, è durante la seconda guerra mondiale ciò che il dadaismo è stato per la prima. È amorale, anarchico, gentile e civilizzato al punto da essere decadente. Si trova sempre dieci passi avanti rispetto agli altri grazie alla sua coscienza.

Conosce l’ipocrisia della burocrazia e l’odio implicito nelle religioni, quindi che valori gli restano a parte attraversare l’esistenza evitando il dolore, controllando le emozioni e mostrandosi cool? Egli cerca qualcosa che trascenda tutte queste sciocchezze e la trova nel jazz.»

Hipster

Il Sunday Times nel 2011 ha definito Bologna la città italiana degli hipster. Grazie alla presenza di numerosissimi studenti italiani e stranieri, è facile incontrare per strada o nei locali notturni ragazzi inquadrabili sotto questo termine, in particolar modo in luoghi come la zona universitaria o la “bohemienne via del Pratello”.

A Roma, zone hipster per eccellenza sono il Pigneto, il rione Monti e il rione Testaccio, nei pressi dell’ex gasometro. Per quanto riguarda la realtà milanese la generazione hipster si muove fra gli storici quartieri Isola e Navigli.

A Torino, invece, i quartieri più rappresentativi di questa subcultura sono Vanchiglia e soprattutto il quartiere di San Salvario, riqualificato, a partire dalla fine degli anni duemila da una serie di locali serali alternativi. Alcuni locali molto frequentati si trovano poi nei dintorni di via Po.

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